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Dalla sabbia dal tempo - Note d'autore

“Ebraitudine”: parola, musica o silenzio?

Prima fai, dopo saprai. È il suggerimento di uno dei Maestri del chassidismo, e dell’intero movimento chassidico uno dei motivi ricorrenti. In qualche modo è stato così anche per noi. Di fronte a un tema tanto preoccupante quanto impreciso - la “cultura ebraica” - la prima considerazione che abbiamo fatto, Moni e io, è stata quella di non saperne poi molto, di non essere degli eruditi in proposito, e ciò malgrado di essere fortemente ebrei. Più che non scandagliare storia e religione, andare a caccia di informazioni e documenti, abbiamo dunque interrogato noi stessi, nel tentativo di individuare quella “ebraitudine” che ci portavamo addosso e della quale avevamo oscura consapevolezza; abbiamo seguito le tracce del nostro essere prima di sapere noi stessi dove volevamo arrivare.
Questo continuo sguardo interiore ci ha fatto mettere a fuoco una molteplicità di frammenti spesso contraddittori, aspetti divertenti e verità scomode, memorie di cose mai realmente vissute, stratificazioni dell’immaginario, fantasmi forse, ma prepotentemente presenti. Ci siamo scambiati i libri e le frasi che nel corso del tempo più ci avevano colpito e in quelli ci siamo specchiati e riconosciuti; abbiamo ricordato storielle, riscoperto lingue dimenticate. Abbiamo steso un lungo elenco delle canzoni in yiddish che per anni avevamo cantato (un ringraziamento a Hana Roth, che più di vent’anni fa ci “iniziò” a questo patrimonio della tradizione) e ne abbiamo scelte alcune. Abbiamo assunto tutto questo a materiale di spettacolo, senza preoccuparci di comporlo secondo una logica razionale né di finalizzarlo a una presunta ricerca d’identità.

Nato e cresciuto così, sulla scìa del soggettivo, lo spettacolo che proponiamo è lontano da ogni intento didascalico-filologico, non vuole essere l’illustrazione di una specifica cultura né chiarire questo o quell’aspetto dell’ebraismo; al contrario, tenta di comunicare direttamente alcune componenti dell’irrequieta anima ebraica lasciando dei margini di impenetrabilità. La paura e l’orgoglio, le mille impossibili patrie, le troppe lingue bastarde. Naturalmente l’ironia, il denaro, la dialettica e la teatralità. Ma anche il senso dell’attesa, l’inquietudine nell’estroversione, la vitalità dietro la malinconia, il sentimento ambivalente nei confronti del proprio destino. L’enigma degli ebrei o piuttosto il segreto dell’ebreo: la diversità genera solitudine e la solitudine una continua interrogazione senza risposta. Presentiamo i nostri “appunti di viaggio” con l’intensità e il coinvolgimento con i quali li abbiamo raccolti, certi che questa sorta di assillo o di flusso dell’anima - l’ebraitudine appunto - sia qualcosa che non si può spiegare ma, nel bene e nel male, vivere soltanto.

Così concepito, questo spettacolo non poteva trovare riscontro strutturale in un recital-concerto e nemmeno in un semplice collage di canzoni e brani recitati. Occorreva far convivere musica e parola in una dimensione unitaria, emozionale, all’interno della quale l’una e l’altra potessero veramente pulsare. Il lavoro drammaturgico e scenico si è mosso in questa direzione, sulla spinta, in particolare, di due motivazioni. Da un lato, il peso della musica nell’anima ebraica. Musica che sembra abitarvi da sempre, espressione di stati d’animo altrimenti intraducibili; un ritmo interiore, quasi obbligato, come un respiro dell’anima; melodie come frasi non dette, parole incapaci di farsi parole; armonie elementari, che riposano sulla semplicità formale come nostalgie d’assoluto. Musica del profondo malgrado la veste leggera, linguaggio intrecciato all’essere, di cui una tranquilla esposizione può difficilmente render conto: una musicalità dentro la quale si è cantati più di quanto non si canti. D’altra parte, l’esigenza di scrivere un copione originale e non di allineare citazioni. Un testo multiforme, alchimia di parole sradicate dai loro specifici contesti - storici, narrativi, scientifici, poetici, cabarettistici... - e restituite attraverso il filtro della soggettività, liberamente associate e mescolate a parole proprie. Storielle drammatizzate e non fini a se stesse, racconti rubati alla tradizione orale e fatti spunto d’altre riflessioni, grandi pensatori moderni messi in relazione con profeti biblici. Ed è ancora in questa logica che si inseriscono, tra le parole e il canto, brevi frammenti di compositori assai lontani tra loro: non come brani di colonna sonora ma come richiami, stacchi emotivi. E musica e parole sono consegnate ai musicisti e agli attori che sulla scena, nello spazio del deserto - realtà antica o luogo interiore - sono chiamati non tanto a rappresentare quanto a vivere la zona più indecifrabile dell’ebraismo. Più che non nelle parole dette o cantate, potrebbe essere nei silenzi dell’ebreo, negli spazi bianchi tra una parola e l’altra, nelle pause vuote di suono, che l’ebraitudine risiede.

Mara Cantoni
(dal programma di sala dello spettacolo, 19 maggio 1987)

 
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Dalla sabbia dal tempo - Rassegna stampa

Versi e canzoni di un viaggio in cerca di sé

di Odoardo Bertani

Avvenire - 22 maggio 1987

In corso ormai da sette settimane, il festival internazionale di cultura ebraica va sviluppando un programma assai bene studiato, e dunque interessante e armonico, sia che si dedichi allo studio della spiritualità, sia che esplori il mondo dell’espressività poetica e scenica...

 

 

 


 

 

 


   

 
 

Dalla sabbia dal tempo - Rassegna stampa

 

Versi e canzoni di un viaggio in cerca di sé

di Odoardo Bertani

Avvenire - 22 maggio 1987

 

In corso ormai da sette settimane, il festival internazionale di cultura ebraica va sviluppando un programma assai bene studiato, e dunque interessante e armonico, sia che si dedichi allo studio della spiritualità, sia che esplori il mondo dell’espressività poetica e scenica. E la risposta è una partecipazione costantemente folta alle varie iniziative, così da dover ritenere che la manifestazione non sarà trascorsa invano.

Dobbiamo riferire di uno spettacolo intenso, tenero e accorato, bello come il suo titolo: Dalla sabbia dal Tempo, il sottotitolo lo definisce “breve viaggio nell’ebraitudine”. E’ un collage vivace e mosso, ora malinconico ora allegro, di pensieri, di storielle, di frammenti d’autori grandi e vari; è un testo alchemico che trascrive emozioni accumulate vivendo sempre più consapevolmente una appartenenza; soggettività, non disordine, poiché a rendere unitario il copione sta l’idea di viaggio, ossia di ricerca e memoria di alcuni connotati dell’ebraitudine, di cui emergono il senso della solitudine, l’inquieta domanda su se stessi e il proprio destino, nonché gli aspetti fenomenici costituiti dalla capacità di un’ironia quasi surreale, di scherzare su tutto, e di una gioia vitalistica che si esprime nelle forme sacre della musica e della danza.
Dello spettacolo è preminentemente autrice Mara Cantoni, che ha provveduto a un intelligente copione, che è testimonianza antologica “minore” ma preziosa di umori e di gusti e che alterna le parti recitate a quelle cantate; sono una quindicina di canzoni, con le loro melodie ora festevoli ora gravi, tratte dal patrimonio yiddish, cioè tedesco-ebraico, e da quello spagnolo-ebraico, a punteggiare la rappresentazione, che ha luogo su un palcoscenico coperto di sabbia e chiuso da un nero apparato. Vi giocano luci accorte ed efficaci, provvedute, come tutto il resto, dalla Cantoni, che organizza anche un preciso e delicato movimento del complesso, con effetti assai suggestivi.
E il complesso è dato da sei ottimi musicisti e da due attori: bravo, nel suo personaggio petulante e disarmato, il polacco Olek Mincer, e sorprendente, ammirevole per versatilità e incisività Moni Ovadia, un po’ attore e un po’ intrattenitore, quindi cantastorie e folk-singer; una performance, la sua, d’alto livello nella semplicità del disegno mimico e dei toni; aggiungi la padronanza di più lingue oltre i due dialetti e la scioltezza nei passaggi e il senso di nessuna fatica che l’Ovadia pone nella sua lunga esibizione ricca di concentrazione di segni e variazioni. La rappresentazione ha ottimo ritmo e figurazioni sempre nuove; si appoggia su sicure arguzie e su incanti musicali; insomma, è accattivante in ogni sua parte, e anche i costumi (di Luigi Benedetti) concorrono felicemente alla compiutezza di esso. Dunque, una “chicca” di intelligenza e di comunicabilità, che ha meritato gli applausi calorosissimi del bel pubblico del Salone Pier Lombardo.



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