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Un folle cabaret yiddish

Il folle cabaret del dottor Fabrikant è un libro che ho molto amato leggere, non solo per le sue qualità intrinseche ma perché attraverso la storia di una piccola comunità di  interpreti del teatro yiddish nei sei decenni che ne videro la nascita, l'apogeo e il tragico epilogo trasporta il lettore in un' intera epopea, quella dell'arte scenica della yiddishkeit e della sua gente, gli ostjuden, ebrei della diaspora europea cento-orientale che in quell'arte si riconobbero e si identificarono con commossa passione. Il mio legame con quel mondo è fortissimo e intimo. Ho dedicato oltre tre decenni della mia vita a costruire un teatro basato su  forme espressive e stilistiche ispirate a quella umanità dell'esilio. Il romanzo di Yirmi Pinkus narra la vita e le esperienze professionali  di una particolarissima e bizzarra  compagnia di teatro cabaret fondata e diretta dal rampollo di una famiglia di ricchi commercianti ebrei di Cernowitz, il dottor Markus Fabrikant. La singolare compagnia è composta in prevalenza da bambine orfane che lo stesso dottor Fabrikant ha cercato, selezionato e riscattato dal misero destino che sarebbe loro toccato in quanto creature senza la protezione di una famiglia. In seguito entrerà a far parte della compagnia, la ex militante rivoluzionaria Dvora Shufman soprannominata Trotskji a causa  dei vistosi peli sul mento che richiamavano il pizzo del celebre leader bolscevico.  Il dottor Fabrikant oltre ad essere il proprietario della compagnia ne è il regista, il drammaturgo e svolge il ruolo di narratore nei  tableaux vivants storico-drammatici che costituiscono il cuore del repertorio del suo  cabaret. Quando il fondatore e capocomico, esaurito il tempo della sua esistenza terrena lascerà il mondo sceglierà di  intestare l'eredità ad uno dei figli del fratello che contro la volontà della madre-virago Zofia deciderà di proseguire l'attività dello zio.  Hermann Fabrikant diventa il nuovo capocomico e drammaturgo del celebre ma non essendo dotato del talento attorale e del carisma scenico dello zio non può sostituirlo sul palcoscenico nel ruolo di narratore-presentatore. Per svolgere quel ruolo Hermann assume il fascinoso, sensuale ed enigmatico giovane Leo Spector, ex studente di Yeshivà, casa di studio rabbinico, destinato a ben altra sapienza del mondo da un travolgente e segreto erotismo omosessuale.  La vicenda si colloca in un arco temporale che va dalla fine degli anni 60 dell'800 al preludio della seconda guerra mondiale che darà l'avvio alla catastrofe dell'annientamento di un intero popolo. Quell'epoca conobbe la prepotente emersione progressiva ed esponenziale dell'ebraismo dall'emarginazione e dalla marginalità a cui per secoli era stato confinato  nelle terre centro orientali dell'Europa e una conseguente esplosione della presenza ebraica in tutti i campi delle attività culturali, artistiche, letterarie sociali,economiche e scientifiche. L'estro e il genio diasporico di quegli ebrei impollinò del proprio humus un tempo di impressionanti trasformazioni, di impetuose rivoluzioni, di crisi e di dissoluzione delle certezze. Gli ebrei in quanto sradicati e perseguitati, cosmopoliti e ubiqui  seppero come nessun altro presentire ed interpretare la temperie di quella stagione e dei suoi rivolgimenti epocali e diedero un contributo unico, di sconcertante  penetrazione in tutti i campi dell'arte della politica della cultura e del saperi che segnò in modo inconfondibile il senso stesso di quel periodo turbolento e tragico ma così ricco di invenzioni e di creazioni  inaudite e impreviste destinate a cambiare la realtà e la visione della realtà schiudendo orizzonti e sguardi inediti. Il teatro yiddish comparve nella scena europeo-orientale come teatro professionale in un un momento preciso e in un luogo preciso, la città di Jassi, capitale della Moldavia rumena, nel 1876, con un atto fondativo ad opera di Avrom Goldfodin al secolo Avraham Goldfaden, onorato padre del teatro yiddish che in occasione della guerra russo-turca colse in quel territorio il formarsi di un potenziale pubblico ebraico. L'impetuoso vento della rivoluzione industriale cominciava produrre le sue prime conseguenze  anche nelle nazioni degli imperi zarista e austroungarico. Una parte importante della popolazione ebraica di quelle vaste regioni si riversava fuori dall'isolamento degli shtetl e dei "ghetti" per formare una classe artigianale e commerciale diffusa e un importante proletariato ebraico proto industriale. La guerra offriva occasioni di ogni sorta all'avvio di esercizi, di affari  e traffici  con i mille rivoli di attività collaterali e di  un indotto legale e non. Molti ebrei esclusi e discriminati da gran parte delle professioni e delle imprese economiche "ufficiali" si riversarono nelle retrovie del conflitto per cogliere opportunità di sopravvivenza e di guadagno. Dopo il lavoro cercavano il divertimento e l'edificazione. In quel momento un teatro in lingua yiddish, la loro lingua, che metteva in scena l'humus fermentato  nelle sinagoghe, nelle case di studio, nei mercati, nei retrobottega e nell'intimità familiare delle febbrili e liriche cittaduzze ebraiche trasfigurando laicamente il travaglio indentitario, il pathos spirituale, lo humour, il dramma dell'antisemitismo, l'estasi mistica, divenne un urgenza per milioni di ostjuden, ebrei orientali che si affacciavano carichi di aspettative e di dirompenti energie sul grande mondo. Nacque in questo clima frenetico una generazione straordinaria di poeti, drammaturghi, musicisti, star del teatro, autori di canzoni che portarono all'iperbole creativa le potenzialità di una lingua a lungo disprezzata dalle stesse borghesie ebraiche occidentali come gergo volgare, mentre fu molto più di una lingua, fu lo zeitgeist di un popolo capolavoro che glorificò l'esilio. Il teatro della yiddishkeit attraverso i suoi artisti e i suoi poeti dal centro est penetrò nell'Europa occidentale e poi a seguito delle persecuzioni e delle conseguenti emigrazioni si stabilì nelle Americhe imprimendo il proprio carattere geniale a tutta la cultura dello spettacolo del nuovo mondo. La vicenda narrata da  Yirmi  Pinkus -singolare figura di artista israeliano che coniuga l'espressività figurativa con quella letteraria e significativamente svolge la propria molteplice attività fra Tel Aviv e Berlino- si colloca nel arco di tempo che fra il 1976 e il 1939, anno in cui con lo scppio della seconda guerra mondiale il Molok nazista  dette l'avvio alla sua opera di eradicazione di un intero popolo e di tutte le sue espressioni vitali e culturali. Pinkus ci conduce nelle esistenze di un microcosmo di artisti della scena attraverso la loro quotidianità insieme normale ed eccentrica, semplice ed eccezionale seguendo le  loro vite dal momento dell'infanzia fino all'epilogo tragico che è con felice intuizione appena sfiorato solo nell'epilogo. La scrittura di Yirmi Pinkus è incisamente  realistica e non si concede a coloriture sentimentali, né a accensioni epiche. I colori sono affidati alle frequenti interpolazioni di termini yiddish come accade fra i madrelingua che parlano in un'altra lingua appresa successivamente. Nell'originale dell'ebraico israeliano l'effetto ritmico ed emozionale deve essere ancora più forte e significativo ma è comunque ben reso anche nell'ottima traduzione in italiano e gli yiddishismi sono accessibili per il lettore grazie ad un puntuale glossario posto in appendice. Questa scelta stilistica restituisce iridescenze dell'espressività diasporica di quella specialissima umanità. La sua eco sonora ci conduce per mano a seguire il dipanarsi della vita di ciascun personaggio in tutte le sue stagioni, nella contemporaneità del loro svolgersi e  nel tempo passato dell'infanzia per mezzo di frequenti flash back introdotti senza soluzione di continuità. Li accompagniamo fino alla vecchiaia partecipando delle loro emozioni, dei legami e degli affetti che li uniscono, saliamo con loro sulla scena condividiamo i loro successi, percepiamo i loro talenti, trepidiamo per l'andata in scena "miracolosa" di ogni première e viviamo con questa famiglia di teatranti la cui vita si intreccia inscindibilmente con il palcoscenico. Sullo sfondo di questa vicenda particolare e circoscritta si staglia, illustrata con brevi pennellate, la più grande storia del teatro yiddish con i suoi leggendari protagonisti, dal fondatore Avraham Goldfaden, a Marc Chagall il celebre pittore che ne fu scenografo ed animatore in Russia  nei primi anni del potere sovietico, alle sue star mitiche ed indimenticabili, le polacche Kaminski, madre e figlia e la rotondetta e peperina Molly Picon che dalla celebrità come star della scena e del cinema yiddish europeo ascese alla stardom sui palcoscenici teatrali e filmici della yiddishkeit statunitense. Ma soprattutto Yirmi Pinkus, con la sua scrittura naturale ed efficace, ci mostra che il teatro yiddish non fu una rêverie, nè un mito sentimentale, ma una vibrante realtà concreta che commosse fino alle lacrime e fece ridere fino alle lacrime folle di pubblici composti da ebrei e non ebrei in decine e decine di teatri e cabaret delle città e cittadine dell'Europa centro orientale da Varsavia a Mosca, da Kiev a Minsk, da Bucarest a Cernoviz, ma non solo. Con le sue estrose e sgangherate compagnie di giro provenienti da Leopoli animò caffè malfamati di come il Savoy di Praga sconvolgendo Franz Kafka, raggiunse le grandi capitali dell'Europa continentale e occidentale come Berlino e Londra per approdare impetuosamente a New York e Buenos Aires dove trovò nuova vita con i Morris Schwarz e gli Aaron Lebedeff. Il teatro  yiddish ebbe le sue avanguardie, il cabaret del dottor Fabikant del nostro romanzo con i suoi non convenzionali tableaux vivants e con i suoi numeri poetico-musicali vi allude, ebbe i suoi grandi poeti come Itzik Manger, i suoi capolavori come il dybbuk di An-ski che conobbe una folgorante messa in scena del grande allievo di Stanislawskji, Vachtangov. Quel memorabile allestimento fece una tournée trionfale in tutto il mondo. Le pulsazioni della scena yiddish aumentarono esponenzialmente in numero ed in intensità a misura che montava la marea del furioso e parossistico antisemitismo dell'intossicato  Vecchio Continente, come se quel afflato teatrale volesse rispondere alla sinistra pulsione di morte con un'estrema manifestazione di vita, perché tale fu il teatro yiddish e quella vitalissima espressione non fu e non  è solo un'eredità ebraica, ma è a tutti gli effetti anche un'eredità europea ed occidentale, un pilastro per edificare un mondo libero dalla peste razzista e dal veleno nazionalista.

 

Moni Ovadia

 



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