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Donne che ascoltano il cuore (rom)

I rom sono ancora oggi la minoranza più misconosciuta, calunniata e vessata che esista in Europa. Nei loro confronti il pregiudizio si manifesta con un misto di odio, di disprezzo e di crudeltà. Personalmente, sia come essere umano che coltiva la propria consapevolezza di appartenere universalmente ad una sola specie che in quanto ebreo, conosco il senso e l'infamia di quei sentimenti depravati che colpiscono questi miei fratelli ( la parola è aliena da qualsivoglia intenzione retorica, la nostra fratellanza deriva da un destino comune). Ho amici, collaboratori, conoscenti rom. Alcuni dei musicisti della mia compagnia sono rom. Con loro ho trascorso periodi di lavoro, tratti di vita, viaggi. Ho ascoltato le loro storie, i travagli della loro vita, ho condiviso momenti indimenticabili. Da loro ho imparato che la vita si vive e non la si insegue in defatiganti mediazioni di consumo. Ciò che a me è capitato per ventura e per scelta, alla stragrande maggioranza dei nostri concittadini non capita, pertanto, le persone meno sensibili, le più disattente al "altro", le più proterve ed egoiste e, purtroppo sono la maggioranza, reagiscono solo sulla base del pregiudizio o di incontri e di esperienze saltuari e superficiali. Questo libro, le voci di queste sette donne rom, dovrebbero essere rivolte a loro come un dono di liberazione dal peggiore morbo che può affliggere un essere umano: il giudizio sommario rivolto ad un proprio simile. Perché il giudizio sommario fondato sul pregiudizio in qualche misura è già in pectore una condanna ingiusta e quindi violenta e talora persino una condanna capitale. I (nomi )......... ci raccontano del loro quotidiano, delle mille difficolta che incontrano a vivere, a crescere i figli, e persino solo a sopravvivere. Ma nelle loro storie c'è anche un'altra partitura, quella luminosa delle relazioni con quegli esseri umani che le accolgono e ne sostengono i diritti, con i contesti che promuovono la loro integrazione, con le associazioni che si impegnano perché venga riconosciuto anche ai rom la pari dignità, le pari opportunità e il pari accesso all'eccellenza conoscitiva, ovvero le colonne di quel tempio che chiamiamo uguaglianza.

I racconti di queste sette romnì, ciascuno con la sua grazia e le sue fragilità, rivelano un tratto comune straordinario che schiude l'abbozzo di un orizzonte radioso: ciascuna di esse manifesta la gioia di vivere quando riceve la possibilità di imparare studiando e di lavorare imparando. È così difficile per noi gagé capire questa gioia? Qualora la risposta a questa domanda fosse: si è difficile!

Allora vuol dire che siamo malconci e che è giunta l'ora di ritrovare il valore della modestia per disporci ad imparare dall'impegno e dalla pazienza di queste donne che ascoltano il cuore.

 

Moni Ovadia

   

 

Il conto dell’ultima cena

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