Libro Lambro - i festival giovanili.

Sogni e utopie di ieri  per oggi

Prefazione al libro di Francesco Schianchi e Franz Di Cioccio 

Parco Lambro quarant'anni dopo

Quando Franz Di Cioccio e Francesco Schianchi mi hanno chiesto di scrivere una prefazione ad un libro che stavano mettendo insieme sull'esperienza del "Parco Lambro" ho accettato senza neppure pensarci su. L'ho fatto per l'istintiva simpatia e stima che provo per loro ma anche per la comune appartenenza al popolo dei magnifici sconfitti di una generazione i cui "vincitori" sono talmente miserabili da fare apparire la sconfitta radiosa. Abbiamo condiviso lotte, sogni, passioni per la ricerca di una cultura contro, non necessariamente, almeno per quanto mi riguarda, "controcultura". Abbiamo attraversato le stagioni del Parco Lambro. Ne abbiamo vissuto i tempi. Schianchi da organizzatore, da intellettuale eccentrico, oggi può a buon diritto testimoniarne con lucidità e non compiaciuta onestà. Di Cioccio, per essere un grande musicista di quella e di altre stagioni, si trovò con la PFM al centro del senso primo di quell'esserci: la musica, simultaneamente linguaggio e metalinguaggio di quell'umanità chiamata proletariato giovanile, vocazionalmente collettiva, disperatamente individuale convenuta in quel microcosmo per cercarsi, per sperimentarsi, per trovarsi e per perdersi. C'ero anch'io, come sempre da outsider e da cane sciolto. Per quanti giorni e per quanto tempo non saprei dire, non ricordo. Nella mia memoria quell'esperienza è una nebulosa in cui curiosamente si stagliano due immagini nitide. Appena sento le parole Parco Lambro mi rivedo seduto sul palco con Gigi Noja a disquisire di "politica culturale" nei gruppi extraparlamentari, ma non mi riesce di rammemorare il merito specifico di quella conversazione. Nella seconda immagine, il violinista del GFI Maurizio Dehò attira la mia attenzione sul fumo dei lacrimogeni della polizia che sale in lontananza. Eppure a dispetto dei suoi contorni vaghi il mio essere lì a tutt'oggi non mi appare casuale ma imprescindibile. Cosa fu dunque quello spazio-tempo così unico ed irripetibile? Cosa cercavano i suoi abitatori? Sollecitato dalle incalzanti osservazioni di Franz Di Cioccio, Francesco Schianchi espone criticamente le sue riflessioni che riportano a quella temperie anche chi non vi partecipò:

"Ognuno desiderava essere interprete, non semplice spettatore o ascoltatore pur riconoscendo che c'erano individui che, con la propria creatività in vari ambiti, erano in grado di esprimere innovazione e ricerca. Le persone non volevano più essere gregari, ubbidienti esecutori delle indicazioni del partito/gruppo, della famiglia, delle istituzioni. Ciascuno si sentiva impegnato a trovare la propria strada, a iniziare il proprio percorso di emancipazione, di autonomia, di libertà vera. (...) Molti hanno criticato il Parco Lambro definendolo un ghetto, unutopia, un luogo separato dalla realtà. Ma questa è una limitazione concettuale: non è vero che era separato, tanto che, nel terzo anno della festa, la realtàè diventata così forte da distruggere questesperienza, perché la violenza, lopportunismo e le contraddizioni hanno distrutto la sperimentazione. (...)È per questa ragione che possiamo dire che i tre anni di Festa del Proletariato Giovanile possono essere così riassunti: 1974: gioia dello stare insieme, 1975: gioia del conoscere altre realtà, 1976: solitudine e disperazione. Non cera più la collettività, ma cerano tanti individui soli. Per questo forse è diventato fondamentale per migliaia di queste persone trovare nei polli surgelati un nemico esterno per esprimere il disagio e la solitudine profonda. (...)Il bisogno-desiderio di essere riconosciuti nella diversità esistenziale e nelle prospettive di vita; il desiderio di affermare una diversità di progetti, di sensazioni, di emozioni; il desiderio di essere protagonisti della propria vita e non semplici spettatori, a volte invidiosi delle vetrine del lusso irraggiungibile. Il rincorrere la violenza e il gesto, la contrapposizione e lesproprio, la critica profonda delle merci e del sistema che esse rappresentavano, la solitudine, quello che la Rusconi chiama le 100.000 solitudini, leroina e lo sballo, la trasformazione del ruolo, dei contenuti, delle modalità della produzione, della distribuzione e del consumo della musica. E ancora larretratezza della politica, delle sue analisi, dei suoi linguaggi e dei suoi comportamenti, la dirompente presenza delle tematiche femministe e omosessuali: questi erano i contenuti del Parco Lambro."

Questo libro che mi pare scevro da ogni nostalgia o rimpianto e scritto con nitida consapevolezza critica ed onestà autocritica ci permette non solo di confrontarci con quella storia per quello che fu e per quello che significò, ma ci sollecita a rimettere in campo le questioni sollevate dal vissuto di quel popolo di persone, variegato e composito, nei termini di riappropriazione della propria esistenza, di creazione di un linguaggio inaudito, di rifiuto dell'alienazione e dell'individuazione di modelli sociali e relazionali in opposizione alla brutalità del potere la cui odierna mutazione iperfinanziarizzata ed ipertrofica, ha nel frattempo perfezionato con luciferina efficacia i suoi strumenti di oppressione e di dominio. Lo ha fatto attraverso la demolizione del valore lavoro sia in termini etici che economici, in un contesto in cui la massa dei nuovi schiavi provenienti dall'inclusione nei mercati dello sfruttamento tecnologico di sterminate folle di un'umanità diseredata dei paesi in impetuosa emersione, rende la vita reale di intere moltitudini solo sopravvivenza di scarto, precarizzata e sotto permanente ricatto. Anche nel mondo sviluppato ormai in via di sottosviluppo. Gli ambiti concreti e mentali per la produzione culturale libera si comprimono progressivamente, così come quelli per la politica. Crescono esponenzialmente i processi di espropriazione della natura e dell'uomo da se stesso. il diritto alla salute è messo in predicato senza vergogna e quello alla ricerca della felicitàè stato espunto tout court dal nostro orizzonte. Da alcuni anni, in controtendenza,

si è aperto l'habitat virtuale del web che sembra offrire possibilità illimitate per pensare altre culture, modelli di creatività e di produzione sottratti all'idrovora del profitto. Le aspirazioni espresse nel villaggio utopico del Parco Lambro pur con tutti gli errori, le derive, le ingenuità e le contraddizioni, potranno a distanza di quattro decenni trovarvi un paradossale futuro?

Moni Ovadia

 

   
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