Il melologo di Vacchi è dedicato a un gatto
 

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di Nicoletta Sguben
La Repubblica - 12 settembre 2010 - pag.13 sez. Milano

 

UN GRANDE compositore dei nostri anni come Fabio Vacchi, una fine penna come quella del Nobel Amos Oz e uno spunto reale che ha segnato un lutto per il musicista: la morte del gatto di famiglia, un adorabile micione bianco e nero di nome Pampigula. Da questi elementi nasce l’ ultimo lavoro dell’ autore bolognese, milanese d’ adozione: il melologo D’ un tratto nel folto del bosco su testo di Michele Serra tratto dall’ omonimo racconto di Oz - oggi in prima mondiale per MiTo preceduto da un incontro con gli artisti - con la voce recitante di Moni Ovadia e l’ ensemble Sentieri Selvaggi di Carlo Boccadoro. «Quando successe, un anno fa in Liguria, Oz mi raggiunse perché dovevamo lavorare sull’ opera Lo stesso mare, tratta da un suo romanzo - spiega Vacchi - Mi parlò di un suo racconto sul rapporto bambinie animali. In manoa un grande artista, anche lo spunto più banale e quotidiano esprime un linguaggio universalee arriva ai grandi temi». Infatti D’ un tratto nel folto del bosco è una fiaba che parla di solidarietà, dialogo, lotta al pregiudizio e all’ indifferenza attraverso gli occhi di due bimbi. E tocca il vissuto dell’ artista e il suo personale rapporto con gli animali: «Chi ne possiede uno sa cosa significa, per spiegarlo a chi non ha un animale non basterebbero cento delucidazioni e mille grafici. Ma posso citare una frase meravigliosa di Oz: il linguaggio degli animali non prevede parole per umiliare e offendere». La forma del melologo è cara al compositore, vedi recenti Prospero dell’armonia e Parla Persefone. «Mozart la trovava la più alta forma di incontro fra parola e musica perché nessuna delle due è serva dell’ altra. La stessa ragione per cui Wagner la detestava: né carne né pesce, diceva. Io la trovo affascinante: dalla reciproca autonomia nasce una fusione misteriosa».

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