Intervista a Moni Ovadia

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di Veronica Incagliati
e-turchia.com – 2/12/2007

 

Studio di Moni Ovadia. Dire chi sia il Maestro ci pare superfluo. Ci ricorda un po’ quello che rispose George Sand ad uno di quei noiosi aristocratici che frequentavano i salotti della Parigi musicale attorno al 1840 e che a tutti i costi voleva presentarle Franz Liszt: “Non ce n’è bisogno, sappiamo chi è”. Ecco, sappiamo chi è Ovadia, i suoi successi e la sua enorme cultura. Partiamo dunque subito con l’intervista. La prima domanda che rivolgiamo ad Ovadia è d’obbligo: cosa la Turchia rappresenta per lui e che cosa ha rappresentato per la sua famiglia.
“Per gli ebrei la Turchia ha rappresentato terra di accoglienza. Questo è un fatto assodato, a prescindere da altre considerazioni. Gli ebrei sono stati accolti dall’Impero ottomano ricevendo il riconoscimento di cittadini a tutti gli effetti. A Salonicco addirittura potevano festeggiare il sabato. Fino a questo punto. Sotto gli ottomani gli ebrei hanno goduto di relativa tranquillità. Come sempre per tutte le cose, per fare una disamina bisognerebbe però entrare nei dettagli storici. Sicuramente ci saranno stati problemi ma l’orientamento principale per l’ottomano era quello della tolleranza verso gli ebrei….”.

I suoi nonni, se non si va errati, erano di Smirne?

“Esatto. Mio padre parlava un eccellente turco. Lo chiamavano il dei Balcani. Diciamo che profumi ed umori della Turchia hanno impollinato la microcultura della casa, le parole, la cucina soprattutto, anche certi gesti e certi modi .Del resto i turchi, dove sono stati, hanno lasciato traccia…”.

Perché la cucina?
“Perché è straordinaria, una delle più raffinate cucine del mondo”.

Lei, Maestro, parla della Turchia quasi ammirato?
“Cosa devo dire? Immediatamente si riconosce e ci si immedesima nella sua atmosfera. Io, ad esempio, ho studiato e parlo abbastanza bene il greco moderno. Posso pertanto affermare che il greco moderno è pieno di turchismi. Credo che un giorno dovrò studiare anche il turco. Mi viene da pensare a mio padre quando si esprimeva in questa lingua”.

Parliamo un attimo di teatro. Esiste oggi un teatro turco, come espressione moderna, ma anche come mix con l’antico?
“Personalmente non ho avuto modo di avere contatti diretti. Posso solo dire che l’influenza della musica turca sulla musica del Mediterraneo è evidentissima. Sono convinto che quanto c’è di buono deve emergere, ed emergerà prepotentemente, nel momento in cui si scioglieranno alcuni nodi che sono storico-politici. Ritengo tra l’altro che il riavvicinamento recente tra la Turchia e la Grecia sia un momento particolarmente importante.Un risultato tra i più proficui fin qui raggiunti, specie se si riflette al contesto di una area geografica, delicatissima dal punto di vista strategico, ma al tempo stesso piena di aspettative culturali. Io ho una piccola teoria…”.

La esponga.
“La battaglia di Lepanto è stata un disastro…”.

Il motivo?
Moni ed il gruppo di musica antica “Non sto qui a giudicare la storia perché sarebbe stupido e potrebbe anche essere superficiale se non si approfondisce il discorso. Ma la cesura che c’è stata tra l’uno e l’altro mondo invece di quello scambio…..Prendiamo la Spagna moresca. I contributi delle fedi, delle culture: là dove si incontrano generano meraviglie, dove si separano generano odio. Sono convinto che il contributo della presenza ottomana darà i suoi profitti, non nei termini di quello che è stato il dominio politico-egemonico, bensì in quello che è dato dalla cultura, dai modi di essere, dalla capacità di rapportarsi agli altri. Naturale che, essendo stato quello ottomano un grande Impero, se ha avuto aspetti positivi si è portato pure dietro conseguenze dolorose. Sfortunatamente io non ho contatti con la cultura turca. Vede, sono un outsider. E sono anche un ebreo sefardita che si è occupato prevalentemente di cultura askenazita. Però di recente ho maturato una sorta di viaggio pure nella cultura sefardita (più si è vicini, più è difficile lavorarci). Sotto forma di spettacolo, prevederà anche il rapporto con la Turchia. Un piccolissimo, primo assaggio. Ospite di un gruppo di musica antica che si chiama , sto tenendo un concerto delle tre religioni in cui – oltre a cantare tre canzoni sefardite – canto anche un pezzettino di una canzone turca () . E’ stata inserita nel repertorio. E’ una canzone famosissima, ce ne sono versioni in tutte le lingue”.

Cittadino del mondo, come mai ha scelto l’Italia come luogo stabile di vita?
“Io non ho scelto l’Italia ma sono precipitato in Italia giaccé eravamo cittadini italiani. La storia della mia famiglia è lunga. Gli ebrei safarditi espulsi dalla Spagna vagarono nel bacino mediterraneo, trovando accoglienza in Italia, in nord-africa, nell’impero ottomano. Credo che la mia famiglia sia approdata dapprima in Italia e successivamente sia andata in Turchia mantenendo però una sorta di status italico che poi si è trasformata in cittadinanza vera e propria. Forse nella Repubblica veneta. Il nome Ovadia, infatti, è annoverato tra i nomi ebraico-veneti”.

In quale espressione si trova meglio a suo agio, lei che è uomo d’arte e di spettacolo completo?
“Da sempre mi batto contro i generi. Credo che la divisione in generi, che pure ha dato risultati sul piano della cultura espressiva, sia comunque qualcosa di inaccettabile come ideologia. Mi spiego. Uno può anche praticare un genere, ma dire: o fai questo o fai quello, è inaccettabile. Un vecchio ebreo egiziano, mio agopuntore più di trenta anni fa, di nome Coen, in un momento in cui io preso dalle passioni politiche ero solito dire o questo o quello, una volta sorridendo mi chiese: . Allora io pratico e questo e quello, teatro e musica, gesto, come pure movimento e canto. Solo che il motore principale rimane sempre il suono. Anche la lingua è suono; quella parte della lingua – intendo - che sempre più viene scotomizzata, quella che è la dimensione sonora e che rende una lingua completa. Togliere il suono ad una lingua è come toglierle l’anima. Oggi, purtroppo, sono tutte lingue standardizzate che non comunicano più. Come l’inglese. Non si può negare che non sia una lingua molto bella ma,una volta che sia standardizzata, diventa una lingua orribile, oserei dire ripugnante. Lo stesso discorso vale per l’italiano, o meglio per quella lingua mediocre e vile che si ripiega su espressioni ridondanti del . Bella giornata, devo dire. Piove, devo dire. Siamo di fronte ad una cultura che tende a ridurre l’uomo in consumatore e produttore”.

Colpa magari della riforma della scuola che non è stata una riforma e neppure controriforma.
“Il problema è dare di più, non togliere. E’ come il delirio di quei sistemi libertici che si sono chiamati . Io che sono spiritualmente un uomo di sinistra trovo che sia lo stesso meccanismo di quel tipo di regime che disse: . Non ci fu né l’una né l’altra. Sempre, e questo e quello. Grazie! Le libertà formali non bastano, però per il momento tenetecele, in attesa di meglio”.

Che importanza il Maestro Ovadia dà alla parola? E ha valore la parola, in un momento di così alta tecnologia?
“La parola è importantissima. Quello che è importante, è saper distinguere tra la parola ed il vaniloquio. L’uso improprio della parola la uccide. La parola allora non è più parola ma un rumore di fondo. La parola è tutto, assolutamente tutto. Lei sa cosa significa . Viene dall’aramaico . In altri termini, la parola è un gesto di responsabilità che produce conseguenze. Ha ragione Nanni Moretti quando afferma che le parole sono importanti. I nostri Maestri, che hanno anticipato Moretti di qualche millennio, affermavano: ”.

Quali programmi per l’immediato futuro?
Moni Ovadia”Ne ho tanti e molte mie personali ambizioni. Ho in mente una operina sul mondo dell’ebraismo est-europeo ispirato alla figura di un lattivendolo da cui è stato tratto anche il musical . Ma io non voglio fare il musical che è un mestiere molto brillante degli americani e nel quale sono assolutamente imbattibili. Voglio una forma di operina, tutta musicale, alla mia maniera e dove anche il parlato sarà cantato. E ho poi anche un grande progetto, sulla musicalità ebraico-ispanica della mia famiglia sefardita. Lo farò con un gruppo misto di artisti italiani, slavi e arabi”.

Maestro Ovadia, un ebreo, Norman Finkelstein, docente di teoria politica alla New York University, figlio di due sopravvissuti ai campi di Auschwitz e Maidanek, in un suo libro dal titolo parla di mistifazione e di sfruttamento della Shoah. Cosa risponde?

Moni Ovadia”Che c’è qualcuno che ha bisogno di farsi conoscere. Basta fare un po’ di scandalo. Cosa vuole, l’uomo è uomo. Ci sono esagerazioni ed enfatizzazioni, ma è inutile che Finkelstein ci provi: la civiltà umana - ivi compresa quella che si crede immune dal fallimento, la Occidentale – è fallita ad Auschwitz. A questo punto non è un problema dei numeri. Ognuno si assuma la responsabilità di quello che dice e di quello che fa. Bene! Finkelstein si assume la sua responsabilità, di quello che dice. Più avanti vedremo se aveva ragione o torto. Il problema della Shoah è quello che è. Rimane un assoluto punto di non ritorno. La Shoah è il diluvio universale della nostra epoca, la Shoah ci chiede solo una cosa: di fondare un nuovo patto tra gli uomini basato sulla non violenza. Noi ricordiamo la Shoah per il futuro, non per il passato. Esagerano…è vero. Può darsi che qualcuno strumentalizzi, non lo so. Alle volte vengono da me alcune persone che mi chiedono se, con le storielline sugli ebrei, non avvalli forse…Cosa devo rispondere? Rispondo che io non sono responsabile per gli altri, lo sono di me stesso. Se qualcuno interpreta le mie parole distorcendole - causa una sua incultura o strumentalizzazione o perché un prezzolato - non è una mia responsabilità. Altrimenti dovremmo stare zitti e non dire niente…”.

Parlava della Shoah…
“La Shoah è il fenomeno più indagato dalla storiografia e dalla storia. I dati sono a disposizione di tutti. E’ ovvio che ci siano emozioni, talmente forti e con un tale gravame, che caricate sulla Shoah portano a ridondanze. Se Finkelstein deve criticare certe persone faccia nomi e cognomi. Ma tutto questo non cambia la natura del fenomeno Shoah. La civiltà occidentale ha permesso, in una delle nazioni più civili dell’Europa, che si consumasse l’Olocausto. Tra la più grande indifferenza. Uno sterminio di milioni di innocenti, tra i quali non solo ebrei ma zingari, omosessuali,i menomati, Testimoni di Geova, comunisti, socialisti”.

Si assiste In Europa a rinnovati rigurgiti razziali. Il seme dell’odio può riportare in vita i fantasmi del passato?
“Che la Shoah sia stata così indagata e così chiacchierata, ma non sia stata metabolizzata, lo dimostra l’ex Jugoslavia; lo dimostra l’intolleranza nei confronti dei rom che rappresentano una alterità radicale verso la quale si usa solo la spazzatura del pensiero. Cioè: calunnia e pregiudizio. Nessuno è disposto a confrontarsi seriamente con i Rom e capire, seriamente, i loro problemi. Si dice: ma gli zingari non rispettano le regole. Perché gli italiani rispettano le regole? Basta scendere nelle strade. E’ pieno di criminali. Sì, ci sono centinaia di migliaia di italiani che hanno un atteggiamento criminale. Il fatto che non ammazzino è puramente un caso.Sugli uni grava un pregiudizio, sugli altri no. Questo è un Paese dove una forte percentuale della sua popolazione non ama le regole. Con ciò si vuol significare che gli italiani sono tutti criminali? Ma quando mai! L’Italia è piena di galantuomini che rispettano le regole. Ripeto, calunnia e pregiudizio sono la spazzatura del pensiero, l’arma che uccide”.

Si riferisce ad Haider?
“Certo. Haider ne è una testimonianza. Questo giulivo insegnante di sci che viene e comincia a farneticare di sovrapopolazione di stranieri. L’Europa occidentale deve starsene zitta e basta, per i crimini che ha sulle spalle. Mi chiedo e chiedo: chi è che ha fatto saltare l’equilibrio di società che avevano altri sistemi in via di sviluppo se non il colonialismo occidentale? Questi a cui assistiamo non sono altro che gli interessi di ritorno di quello che ha voluto il colonialismo. Ed ancora: chi è che ha imposto il modello omologato di società consumistica nel mondo? Sono stati forse gli africani? Chi è che vuole globalizzare il mondo? Ora io dico: un galantuomo, un vero essere umano, è quello che si assume le responsabilità delle proprie azioni. Invece questa civiltà occidentale non si rende conto che quello che avviene in questo mondo è anche sua responsabilità e quindi deve comportarsi di conseguenza. Ad Haider doveva persino essere impedito di parlare. Non fisicamente, intendiamoci. Ma una civiltà che usciva dalla Shoah doveva solo dire: . Mi hanno chiesto se Haider mi fa paura. Assolutamente no. Mi fanno schifo i suoi elettori…”.

Proprio così, schifo?
Sì, letteralmente schifo. Rispetto le scelte di tutti. Un uomo che vive rispettoso ha il mio totale rispetto. Ma se quello stesso uomo, per difendere uno standard di società o per presumere di difenderlo, è disposto di nuovo ad avvelenare con ideologie prima, con vessazioni poi, altri essere umani, allora questo non lo si può permettere. La prossima volta non è da Haider che andremo, ma da quelli che lo hanno messo al potere.Un uomo perbene deve dire: sì, sono di destra, sono di sinistra ma c’è un limite che non posso valicare; come essere umano che rispetta gli altri esseri umani. Non per nulla abbiamo firmato la Convenzione dell’Aja. Personalmente io mi confronto con qualsiasi idea politica. Penso a Chirac quando era presidente della Repubblica. Sarei stato suo avversario, ma mi sarei levato il cappello. Chirac, un uomo che sapeva quali fossero i confini della democrazia, minimo comune denominatore. Non per nulla è stato quello più intransigente con Haider ed è stato pure colui cha ha fatto processare Papon. Non era il socialista Mitterand, che pure fece fare i conti alla Francia con la cattiva coscienza di Vichy. E’ stato Chirac, mi levo tanto di cappello.

Cosa si augura, a questo proposito?
“Come uomo di sinistra mi auguro di potermi confrontare con questi conservatori perché abbiamo bisogno di opinioni diverse. Per amor del cielo, abbiamo visto che cosa fanno le dittature! Ma c’è un limite. Se lo si valica, cadiamo nel razzismo, nell’intolleranza, nell’odio e nei suoi frutti avvelenati. E’ sufficiente volgere lo sguardo verso l’ex Jugoslavia. Quando cominciano le parole di morte, il sangue scorre a fiumi. Voglio aggiungere una cosa: Haider è un potenziale sanguinario…”.

Parole forti le sue, Maestro.
“E’ quello che penso. Non vedo perché debba essere ricevuto con gli onori. C’è qualcosa per cui debbano essere assolte le SS? Le SS fatte di volontari che giuravano di fare a pezzi donne, uomini e bambini? Non c’è discorso da fare, non c’è revisionismo che tenga. Il discorso è chiuso per chi ha pudore. Chi lo riapre ha un solo scopo, ricominciare daccapo”.

Maestro, crede in questa Europa?
“Risponderò prendendo a prestito la battuta di un cabarettista milanese che ritengo una delle più calzanti. Diceva così: . Allora! Io stimo il progetto Europa Unita, lo credo unico nel suo genere come credo che dovremo spazzare immediatamente qualsiasi resistenza ad una l’UE politica”.

Mi dia un paio di ragioni.
“Per la forza economica e confrontarci così con gli altri colossi; perché l’Europa dalla divisione ha già avuto troppo sangue per titubare ancora. Auspico che le generazioni future vivano in un mondo dove ciascuno abbia la propria identità ma dove, altresì, questa identità sia intesa come arricchimento verso un progetto unico che sta dietro a qualsiasi etica degna di questa parola: la fratellanza universale”.

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